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  • Immagine del redattoreEmanuele Bonini

In porto coi tre punti. Nel nome di Ago

«In porto ci andremo sicuramente, vediamo di arrivarci col vessillo». Altri tempi, altri momenti, altri nomi. Erano i tempi di un calcio che non c’è più, di giorni di gloria e sogni incapaci di uscire di nuovo dal cassetto dove, per definizione, i sogni albergano, crescono, si cullano. Altri nomi, uno su tutti, quello del capitano del secondo scudetto, traghettatore verso tricolori lidi, protagonista e vittima del suo amore per un popolo e una città per cui ha cui datato tanto, troppo. La sua vita, per l’incapacità di superare la sconfitta che pure lo sport offre come insegnamento, per crescere. Perché il cuore infranto può fare male, e lui, Ago, l’ha vissuto più di chiunque altro. In silenzio, da solo, lontano da tutto e da tutti. Poi, 10 anni dopo quella sciagurata finale – e, a proposito, grazie per averci portato fin là – la prova dolorosa che di troppo amore si può morire. Ne avrebbe compiuti 69, ne ha vissuti solo 39.


Eppure eccolo lì, stampato in tributa Tevere, impegnato a calciare un bolide infuocato verso la curva nord fuori da ogni logica. Perché «la Roma è il cuore antico di questa città, antica com’è antico il mondo». Parole sue, ancora una volta, di Agostino Di Bartolomei, che pure contro la Lazie ha lasciato poco il segno. Un gol appena, nel 2-2 in rimonta di un lontano eppur nitido 1984, noi con il tricolore sul petto, loro neo-promossi.


Già, noi e quegli altri. Derby di 6 aprile, a due giorni dall’anniversario della nascita di uno di quei «Figli di Roma, capitani e bandiere...questo è il mio vanto che non potrai mai avere». Sarà per questo che gli altri cercano di sminuire, parlando di errori in mondo visione, di un Di Bartolomei ritratto come mancino quando invece era destro, e una riproduzione che richiama un certo serbo ricordato dai podistici. Ma del resto c’è da capire l’amarezza altrui, noi che siamo entrati in porto con i tre punti a loro discapito. Mai regalo di compleanno poteva essere migliore, per Agostino, in questo momento che poi è anche a ridosso di un incontro strano, come strano sa essere solo il destino, beffardo, irrisorio, e pur preciso nei suoi disegni, in questo caso di calendari.


Il derby prima dell’impegno col Milan. Agostino prima e dopo. Prima e dopo il suo compleanno, con la stracittadina in anticipo rispetto alla sua data di nascita, e l’impegno di coppa Uefa a seguire a tre giorni di distanza. Prima e dopo la Roma, quella Roma amata tanto, troppo. Con la partenza di Liedholm e l’arrivo di Eriksson per il capitano è tempo di addii. Il nuovo tecnico non lo considera idoneo al suo tipo di gioco, e finisce nella lista degli esuberi. Ago va via, non prima di aver sollevato davanti alla sua gente la quinta coppa Italia della storia giallo-rossa, e dopo non aver saputo sollevare qualcos’altro.


Da idolo ad avversario, e pur sempre professionista. Ottobre 1984: con i colori del diavolo Di Bartolomei trafigge Tancredi e dà il “la” alla vittoria rossonera contro la Roma. Finirà 2-1. Non fa niente. «Ti hanno tolto la Roma, non la tua curva», volle dire il Commando Ultrà Curva Sud al suo ex capitano, al momento dell’addio. Oggi, a distanza di 40 anni dall’ultima apparizione in giallorosso, la coreografia della Tevere dimostra che c’è un popolo più grande di quello racchiuso nel settore di riferimento, e che aveva ragione lui: «Esistono i tifosi di calcio, e poi esistono i tifosi della Roma». Questo derby è nostro, ma lo dedichiamo a te. Buon compleanno.



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